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mercoledì 12 marzo 2008

Scrivere

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Scrivere è un esercizio; quasi più utile che pensare. E' un esercizio-base, di quelli senza prerequisiti, se non sapere le lettere dell'alfabeto e disporre di un cervello formato uomo. Dal comporre poche frasi sconnesse si arriva, anche in poco tempo, a stendere intere filosofie di pensiero, interi mondi interiori. Più o meno concentrati, non è la lunghezza che importa, qui.

Ciò che importa è cosa sta dietro allo scrivere. Che cosa lo motiva? Un pensiero, necessariamente? Bisogna aver per forza qualcosa da dire a qualcuno? Anche a se stessi, alla carta che si sta usando, al computer che si sta utilizzando, all'amico... chicchessia... non importa.
Bisogna?
Non credo... Talvolta è necessario porre una parola dopo l'altra, trascinare la penna sulla carta, tracciare segni e lettere. Alla fine leggere il risultato. Cosa ho scritto? Perché? Che cosa dominava in me in quel momento? Da quale flusso mi sono lasciata trasportare?

Come un quadro impressionista. Butti già due schizzi, quello che ti pare di vedere in un istante spesso non lo noti nemmeno in anni di pensiero e osservazione.
Eppure... io scriverei a occhi chiusi, se potessi. Per non distrarmi.

mercoledì 5 marzo 2008

Azzardata...

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Il poeta, dicono, è colui che riesce ad esprimere, con parole e immagini particolari, tutto ciò che la gente ha sulla punta della lingua.

Io non credo nell'ispirazione in quanto tale, nel lampo di luce nella notte della fantasia. Ci vuole dello studio dietro. L'uomo non può andare avanti solo grazie a ispirazioni. E poi, anch'esse devono trarre nutrimento da qualche parte... e cosa è meglio della conoscenza in questo?

domenica 24 febbraio 2008

Idiomi sfuocati

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Una rana...

Ultimamente abbiamo installato una parabola per la tv in modo da poter guardare i canali dall'Albania; oggi a pranzo era accesa (la tv, intendo), le voci del presentatore, del giornalista, della cantante arrivavano in cucina.
Mi sono chiesta come deve essere per uno che non conosce l'albanese la musicalità e il ritmo di questa lingua. A me sembra tanto normale...
Quando sento qualcuno, che sa l'italiano, attaccare a parlare un'altra lingua, spesso mi pare che cambi anche l'altezza della sua voce e il modo di emettere i vari suoni non è più lo stesso. Sembra un'altra persona quasi... più dolce, più decisa, più timida, in base alla lingua.
Fa effetto...

Così, curiosa di sentire parole della lingua albanese con le orecchie di uno che la ignora, ho cercato di estraniarmi dalla mia capacità di collegare suoni a significati; dopo quasi dieci minuti di tentativo, ogni tanto c'era qualche frasettina sparsa che ascoltavo soltanto per la musicalità e l'impressione generale, immediata e incondizionata, che le mie orecchie percepivano. Per poi ritornare normale. Avevo l'impressione che si ha quando si vuole mettere a fuoco con gli occhi un oggetto più vicino o più lontano a noi, oppure quando si cerca di scoprire la doppia interpretazione di un disegno illusionista (quei giochini che si trovano nei giornali).

Quindi, i due punti di vista uditivi (che sinestesia, eh!) si confondevano, prima prevaleva uno, poi l'altro. Ma per pochi istanti...

Come mi è sembrato? Simile un po' al russo. Per le vocali e per le sh, forse.

Però, dimenticare di sapere è difficile. Non riuscirei mai a tentare qualcosa di analogo con l'italiano, ne sono convinta. Sfumare la conoscenza e i legami quasi involontari che il nostro cervello effettua fino alla dimenticanza, di questo si tratta.

Mi viene in mente l'esercizio a teatro, venerdì scorso.
Non ne ero capace.

... o un cavallo?

lunedì 4 febbraio 2008

Esercizio in corso

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Non mi piace entrare negli affari degli altri, né criticare qualcuno per il semplice gusto di farlo.

Se rimprovero qualcosa a qualcuno, è perché ho un particolare rapporto con lui, perché mi piacerebbe vederlo diverso, per il suo bene. Certo, questo mio rimprovero sarebbe soltanto uno stimolo, anche solo un parere personale; pure sbagliato. Ma niente è sbagliato in assoluto, così come niente è giusto universalmente.

A volte un rimprovero rivoltoci che giudichiamo sbagliato è stato soltanto uno stuzzichino per riflettere di più su una parte di noi che non avevamo mai davvero considerato seriamente.

Quindi, non mi interessa far notare un difetto a coloro di cui non mi importa tanto, o perché non ho particolari legami con loro, o perché non li conosco sufficientemente, o semplicemente perché non me la sento di intervenire nei loro abitudinari atteggiamenti o nel loro carattere; anche perché quest'operazione (di giudizio) mi richiede di prendere in mano quella parte critica di me (che spesso affiora eccessivamente), disturbarla, usarla, e riporla lì dal luogo di prelievo, una volta conclusa la mia osservazione. Spreco di energie, no?

Beh, ora vedo e lascio stare. Faccio passare. Non si può incontrare uno che fuma per strada e raccomandargli: "guardi, signore, lei sta facendo un grandissimo errore. Sa, fumare fa male alla salute, è stato accertato ormai da anni che il fumo danneggia gravemente lei e chi le sta intorno. Ostruisce le vie respiratorie; aiuti i suoi polmoni a riacquisire la loro naturale capacità di respirazione, gettando nell'apposito cestino dello sporco questa sigaretta, così com'è, a metà....".

Così, non mi interessa più rimproverare chicchessia.
Non si creda che è stato facile per me arrivare a buoni risultati in questo senso...

lunedì 12 novembre 2007

Vedo e penso

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Avete presente la sensazione che viene quando ogni nuova scoperta che fate, in qualsiasi, ma proprio qualsiasi ambito, poi sembra essere soffocata?
Quando avete ricevuto un'ispirazione da un qualcosa di indefinito, che vi anima da cima a piedi, vi mette in agitazione, non smette di rodere nella testolina, ma poi vi guardate attorno e nessuno sembra esultare come voi, e abbassate la cresta?


Avevo notato che in un alloggio troppo piccolo anche i pensieri si striminzivano.


L'ho letto da qualche parte (un libro, accipicchia, non mi ricordo mai le fonti...).
Come se l'ambiente che ci circonda influisca in qualche modo nella nostra fantasia e capacità di spaziare.
Come se i pensieri dovessero, una volta prodotti, uscire e incanalarsi nei dintorni reali in cui viviamo.
Come se non fosse mai sufficiente ciò che ci sta intorno per amplificare la nostra idea.
Come se non ci fosse nulla di paragonabile, in termini di misure a portata d'uomo, alla grandezza di un'idea brillante.
E dove trovare il secondo termine di paragone?

venerdì 2 novembre 2007

Montagne

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Ieri siamo andati a fare un giro verso Ortisei, poi giù per Cortina d'Ampezzo.

Un bel giretto tra le montagne, un tragitto che lasciava stupiti solo per il paesaggio ridente, che faceva il magnifico potere di far scordare tutto.
Perché c'era un cielo pulitissimo, azzurro come non mai, uniforme e quasi artificiale.
Perché le montagne si tingevano di arancio, giallo, e tutte le sfumature che stanno fra l'arancio e il giallo, la maggior parte delle quali non ha nome.
Perché il bianco della neve era anch'esso compatto e contrastante con il calore del sole che splendeva e faceva riflettere e luccicare le rocce.
Perché le punte dei larici erano rosse, e un intero pendio di punte rosse annunciavano un indebolimento della vita delle piante, e sembravano tanti nasi rossi in preda a un raffreddore.
Perché il freddo fuori non pungeva, nonostante tutto.
Perché l'aria era tersa e silenziosa, eppure conteneva tanta vita.
Perché i pendii mi invogliavano a rotolare giù come una pigna.
Perché i tornanti mi facevano girare la testa.
Perché le valli erano metà al sole, metà all'ombra.
Perché l'acqua fresca di una sorgente ghiaccia la bocca mentre si sorseggia a piccole dosi.
Perché i giocattoli sono di legno.
Perché le case sembrano disegnate dalla fantasia di una bambina.

Perché tutto dà l'idea di purezza.

Sarebbe bene visitare uno stesso posto almeno più di una volta, dopotutto.

martedì 30 ottobre 2007

Richiamo

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Mi sto innamorando della voce.
Non credete che sia un mezzo di comunicazione fortissimo, di grande impatto? E chi la può fermare?
Chi osa arrestare una frase gridata o sussurata a un altro?
Chi crede di avere il diritto di poterlo fare?
Essa ha permesso di introdurre l'uomo nel cammino dell'evoluzione culturale, sociale e intellettuale, ha permesso di elaborare pensieri sempre più complessi, tanto che è diventata sinonimo di "opinione", "idea", "progetto". E' una bella invenzione, già.

Amo la voce, amo le vibrazioni che provoca, l'eco che ne deriva, l'insicurezza che ostende, la forza che la fa muovere. Perché esistono voci così soavi che sono più efficaci di qualsiasi berceuse, perché ne esistono altre che fanno trasparire una potenza enorme anche se le parole dette sono soltanto accennate, sottovoce, piano piano...
Ce ne sono alcune così basse che fanno vibrare anche la sedia sul quale è seduto chi la possiede: le onde si diffondono ovunque e ti toccano.
E poi il canto! La mescolanza e l'omogeneità delle voci, che si rincorrono, che giocano. Una apre la strada all'altra, una introduce l'altra, una evidenzia l'altra; le voci sì che sono cortesi.
C'è quella più modesta, che si nasconde, e quella più spiccata e viva che emerge e trascina tutti: si inizia così ad ondeggiare con la voce e con la melodia.
La disegno: un uovo, bello tondo, pieno, compatto.
Uno stecco, rigido e secco.
Un'onda, impetuosa e trasgressiva.
Una lama, tagliente e acuta.
Sabbia, sottile e poco omogenea.
Panna (montata), morbida e schiumosa, leggera e voluminosa...

Panta rei, tutto scorre. Ma ciò che conta è scovare il perché e la forza che mette in moto tutto. E' una piacevole scoperta, ma prima si osserva. Non sai cosa devi scoprire, tu continua ad osservare e basta.

Amo lo strumento chiamato voce.

domenica 28 ottobre 2007

Giornata to remember

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Mi hanno già anticipata di parecchio riguardo all'argomento di questo post Daniel e Chiara.

Forse ora registrerò fatti che interessano solo a me, e per la memoria del mio blog-diario, ma non importa assolutamente nulla, vero?

Ieri è stata una giornata intensissima, tanto che sono arrivata alla fine di essa al limite delle forze.
Ora che ci penso, l'intensità non era di sicuro fisica, ma solo di concentrazione e di nervi.
Ma procedendo con ordine... Arrivati alla scuola media di S. Felice (e che scuola...), dopo un po' di tempo necessario per sistemare le valigie e il palco, abbiamo provato per due ore abbondanti.

Un po' di ruggine ce l'avevamo tutti, si è notato; un po' di stanchezza, pure. Qualcuno ha anche dato qualche segno d'impazienza, ma prima dell'inizio dello spettacolo tanta tanta tanta tensione. Personalmente, mi sono stupita di me stessa: dopo 8 repliche, non avrei mai pensato di riprendere in vita l'agitazione che mi ha alimentata nella prima.
Io avrei voluto filmare questo spettacolo, e far girare la pellicola delle 1-ora-e-mezza-moltiplicato-per-nove-che-è-il-numero-di-repliche, e godermela tutta di fila. Probabilmente le prime due o tre saranno tutte molto simili, qualcosa forse incomincia a cambiare dalla quarta, quinta... un po' di indifferenza ormai nella sesta e successivi... chissà che andamenti si delineano nell'osservarli bene!
Ci sono state dei particolari stimoli ieri che mi hanno animata in modo particolare. E nel bel pieno di questo evolversi continuo, il nostro Fausto ci ha parlato di motivazione.
Dovrei forse rendere conto a tutti quelli cui ieri non ho risposto del motivo per cui non l'ho fatto?
No, certo che no. E' incredibile come ci si possa trasformare da un attimo a un altro, per cause intestine a noi.
Non si chiama essere lunatici.
E forse parlare ed agire nel momento in cui qualcosa si muove dentro, automaticamente traspare ed è pronto lì per essere accolto da chi ti ascolta o ti vede.

Come mi piace parlare di cambiamenti!

Ritornando a ieri sera, una grande sopresa è stata appunto l'incontro con Cassa. Non mi era mai capitato di attuare il processo inverso rispetto a quello che capita, per essempio, con quelli della blogosfera desenzanese: dal contatto della vita reale, e da un ricordo visivo, gestuale di un blogger, intravedere e cercare una conferma di questo contatto nelle parole scritte e nei commenti; qui invece, dai commenti e ai post scritti, ha preso forma questa personalità, che ieri si è concretizzata con un incontro vivo. Uao!!! Queste piccole cose mi entusiasmano, mi girano la giornata da così a cosà!
Poi Stefy è venuto a vederci, così come Micaela e Anna.
Poi abbiamo mangiato la pizza tutti insieme (grazie ai profe!).
Poi mi sono quasi addormentata in macchina di Daniel al ritorno.
E poi le luci si sono spente. E dopo la scena di Hilbert, non è un sollievo da poco.

lunedì 17 settembre 2007

"Seconda liceo" coincide con "Promessi Sposi"

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Da brava secondina che sono, quest'oggi mi sento particolarmente realizzata per aver letto il primo capitolo dei Promessi Sposi.
Con la giusta approfondita /illustrativa presentazione a scuola, tra l'altro molto allettante e di gran stimolo per una lettura da prendere con immane entusiasmo, sono giunta al punto finale del Capitolo I (l' Introduzione non è abbastanza importante da essere letta), tra ampi periodi, esagerato uso dell'ipotassi e frasi alquanto ironiche.
Alcune citazioni riguardo a quel particolare personaggio di nome don Abbondio sono da manuale, così come le sue reazioni di fronte ai bravi. I dialoghi abbastanza vivaci, almeno non fastidiosi e ingombranti da portarsi appresso, in un'accumulazione a gradini per ogni subordinata in più inserita nel periodo, come le sequenze della storia dei bravi con annesse gride, loro rivolti.

E per una lettura rigorosamente ad alta voce (altrimenti fatico a seguire con la mente ciò che gli occhi sotto scorrono), questo primo carico è stato incisivo nella mia prima vera impressione da liceale (in realtà qualcosina alle medie avevo letto, ovviamente saltando quelle sequenze costruite con periodi a modello di quella dei bravi) sul romanzo. Intuibile. La PRIMA impressione è sempre così superficiale, purtroppo. Anzi, no. E' da stimolo. Infatti: ora che ho preso coscienza di quale pesantezza mi abbia suscitato la lettura del primo capitolo, sarò più motivata nel cercare, tra le venture pagine che dovranno passare sotto la mia analisi (nolente o volente), la peculiarità per cui "I Promessi Sposi" sono riconosciuti come un romanzo del tutto innovativo. Teoricamente già lo so, ma non basta. Quindi una pesantezza accompagnata da curiosità. Spero che il Manzoni sia stato capace di fare in modo che IO non rimanga delusa.

Il romanzo "classicissimo" in sé non mi attrae. Può essere visto come una tappa fondamentale in un certo percorso di letture; tuttavia, libri riconosciuti da tutti come "belli", "fatti bene", "importanti" mi portano a voler pensare controcorrente. E cerco di scoprirne banalità che si potevano benissimo togliere, caratterizzazioni di personaggi poco coerenti o rindondanti...

Mi piace invece pensare come ci siano, sparsi per il mondo, fogli, appunti, storielline, pensieri semplicemente sbalorditivi e sublimi, e nessuno li abbia mai scoperti. Sono là, fra cartacce pronte da riciclare o tra post di blog ignoti a tutti, forse anche all'autore stesso, tanto non esaltano per nessuno.

Anche Manzoni, molto ironicamente, si appella ai suoi venticinque lettori (in croce); in fondo, nessuno avrebbe mai scoperto l'originalità di quelle vicende, no?
Con che modestia i passati autori scrivevano al loro pubblico, per mezzo di quegli umili...

Dai, vado a leggere il Capitolo II, ora. E badate che nel diario non è segnato da fare.

martedì 11 settembre 2007

Costruire vuol dire fondare legami con il costruito

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Aveva ragione Pirandello a dire che la natura è magica perché lì è assente il costruito dell'uomo; non vi si trova nulla con cui crediamo di avere un rapporto in termini di valore, significato, anche emotivo.
"Mondo che ha senso e valore soltanto per l'uomo che ne è l'artefice", afferma, riferendosi a uno spazio "meccanico, costruito, manifatturato, combinato, congengato (...), di stortura, d'adattamento, di finzione e di vanità" come quello della città.

E tendiamo ad evadere, dalla città verso la natura, per peredere ogni relazione con elementi da noi congegnati e pensati; per abbandonare ogni senso e valore, per assaporare la vanità del vivere inconscio come lo è quello degli alberi e degli animali.
La natura non detiene nulla di noi, non un ricordo, non un legame, rifiuta tutto ciò che è proprio dell'uomo. E' la natura e basta, vuole restare incontaminata. Io mi stupisco come essa lotti in silenzio, trovi rifugio in se stessa, e lo offra anche a noi, talvolta ingenuamente... Nelle stesse dimensioni percettive nelle quali pure essa si culla...

V-Day a Brescia per i Desenzanesi

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Un puzzle di idee, video e immagini che ho raccolto un po' qua, un po' là, tra i post dei Desenzanesi che hanno partecipato al V-Day...

Un video che mostra i caratteri prevalenti della manifestazione, tra quelli che suonano, spazzano, e reggono gli striscioni.



(dal post di Daniel).


Ecco delle foto:







(foto da Flickr, ibloggerdidese)




Ed opinioni:

Noi desenzanesi siamo stati parte attiva (come vedete nello foto sotto): Vlad ha fatto l'uomo sandwich impersonando De Michelis, Lori è stato vestito da spazzino, Piace ha portato lo striscione di apertura (quello che vedete nella foto in alto), io e Michele avevamo un bellissimo striscione: Diversamente Onesti. La marcia era scandita da un gruppo di percussionisti veramente bravi, e c'erano sicuramente oltre un migliaio di persone.

(Blog di Fabio, post)
Il corteo è stato bello ma sopratutto divertente e c'era un bel po' di gente. (...) Desenzano ha fatto la sua parte.
E penso possa tranquillamente essere considerata "atipica" come manifestazione. Nessuna bandiera, nessuno slogan di partito ma solo un nutrito gruppo di persone accomunate dalla profonda insofferenza verso una situazione deprecabile come quella della politica italiana o, almeno, buona parte di essa.
Dopo il corteo nel quale, sono felice di dirlo, l'unica violenza è stata quella verbale (o forse no, considerato che il "Vaffanculo" non è più un insulto...), ci siamo diretti al banchetto per le firme a favore della legge popolare.

domenica 9 settembre 2007

Scritture archiviate

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Manca un po' meno di un giorno intero all'inizio della scuola, e ancora mi mancano otto temi da svolgere. Leggendo le tracce qualcosa come un profondo senso di completa svogliatezza di argomentarle mi cresceva, impedendomi di intraprenederne lo svolgimento, fino al giorno d'oggi, domenica 9 settembre.
In pratica, non ho voglia di farli, 'sti temi. Anche perché in due righe ti chiedono di fornire opinioni su tematiche troppo vaste: il razzismo. Il progresso scientifico e tecnologico. Il lavoro. L'ideale sarebbe considerarne solo un aspetto. Invece no, si esigono definizione e modi di manfestarsi e di svilupparsi.
Il valore dei temi sta nel potere che hanno di dare ordine alle proprie idee e conoscenze, in una forma che non è più pensata, ma è resa del tutto esposta agli occhi, in una sequanza abbastanza formale di parole. Ma la parte migliore viene quando li si rilegge a distanza di mesi, o anni; anche il blog deve produrre un effetto simile. Talvolta non ho nemmeno il coraggio di rileggere alcune miei vecchi scritti, post compresi, per paura di trovarci incongruenze e frasi patetiche...
Un archivio bello da riesplorare, ma spesso deludente.

Dai, ora spengo il computer, prendo carta e penna e mi metto al lavoro... sperando di arrivare a qualche conclusione, prima o poi, una volta avventuratami in uno di questi temi. Sintetica, sintetica...

domenica 2 settembre 2007

Corde e settembre. Stagioni.

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Di solito, si tende a pensare al ciclo delle stagioni, al tempo che passa, alla solitudine dei momenti soltanto dal cambio che avvertiamo tra l'estate e l'autunno.

Settembre.
Chissà quanti blog, quante pagine di diario, proprio in questo momento vengono riempiti di post o di linee di inchiostro, gli stanno dedicando parole e pensieri. E chissà quante menti stanno cercando di riacquistare quella solidità per la settimana ventura, la settimana che ci rifarà capire come noi siamo chiamati a compiere, nel nostro piccolo, un lavoro, per noi e per gli altri: la solidità, la rigidezza, che ci fanno sopportare un altro anno di lavoro; solidità che si scioglie con l'inattività e con le vacanze.

Settembre.
E' il mio mese.
Scandisce l'anno, in fondo, quasi più della suddivisione data dal calendario gregoriano. E' come se con le vacanze si chiudesse un ciclo di lavoro strenue. Sempre la stessa logica: fatica, e riposo. Poi si riprende. E di certo gennaio non ha la forza di settembre.
Anche i buoni propositi si fanno per settembre: quest'anno stuiderò di più, mi impegnerò di più.
La corda è tesa al massimo, ai primi di settembre. Poi, ovviamente, le braccia si stancano di sorreggere il tutto, anche perché la corda è capace di accumular sostanze superflue...pesanti... bisognerebbe smuoverla ogni tanto, scuoterla, per alleggerirla. Si è lì lì, in bilico per mollare tutto, sempre la stessa storia: alla fine si fa resistenza, si butta quel poco di carburante che riusciamo a fare entrare, e si pone fine al nostro calvario e alla nostra lotta con una corda.

SEMPRE LA STESSA STORIA.

Cambia la corda, però. C'è la corda dei buoni propositi da studenti diligenti che siamo, quella da buoni figli. Poi c'è la corda degli impegni fissi, e di quelli che ci prefissiamo... quante ne sciogliamo!

Le stagioni.

E intanto, capisco che la magia sta nel ripetersi in modo diverso. E nella continuazione di una dopo l'altra, senza poter saltarne una. No, non una.

Mi emoziono nell'attesa di un desiderio che si debba realizzare. Una volta realizzato, il desiderio perde ogni sua bellezza, quella bellezza che l'attesa sa dare, che il non-sapere, che la curiosità lo velano. Perde ogni entusiasmo. Ma questo discorso non vale per tutto.
C'è una complicazione ulteriore. Che la realizzazione di alcuni stessi desideri perde il suddetto fascino solo per alcuni, per altri no.

Ancora una volta mi sto ingarbugliando inutilmente.
Il succo è che l'attesa di una nuova stagione, che sia essa estate, primavera, autunno, inverno, non smetterà mai di entusiasmarmi. Altrimenti è finita. Sissì.

sabato 25 agosto 2007

Judisches Museum, Berlin

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Il culmine della visita è stato lo Judisches Museum, ovvero il museo degli Ebrei. Interessante soprattutto come organizzazione, essa contiene, oltre a una vastissima raccolta di lettere, fotografie e di oggetti che raccontano, in un modo o nell'altro, la storia di ebrei deportati nei vari campi di concentramento, anche una sezione (vastissima) che narra invece la cultura ebrea, "l' odore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell'esodo ogni secolo rinnovato" (Se questo è un uomo, P. Levi, cap. I, "Il viaggio").

Nel museo, i colori predominanti erano il nero e il bianco. Architetture spigolose, inclinate, indefinite, assenti ma che sanno come attirare l'attenzione. Travi "incombenti" sulle scale principale, che sembrano crollare da un momento all'altro, rigidi, ma privi di ogni capacità di entrare nell'insieme cui appartengono, eppure vi appartengono. Tre le porte che davano l'ingresso a stanze inermi, sì, ma da pelle d'oca. Forse per l'irrescindibile reminiscenza che provocavano nella mia mente.






Un giardino di forme elementari, parallelepipedi di cemento dal colore nero-grigiastro, quarantanove di queste lastre, che davano l'impressione di cedere da un momento all'altro; erano tutte curiosamente inclinate verso un lato, e ci si sentiva schiacciare dal loro peso: si chiama il giardino di ETA Hoffmann.



Poi, la seconda porta conduceva a una torre altissima, sempre nera. L'unica sorgente di luce (naturale) era quella fessura fra i due spigoli della parete, ma era talmente in alto da non poter essere raggiunta, quasi nemmeno dallo sguardo... sembrava messa lì per mostrare un punto di arrivo, la libertà del "fuori", della luce del sole, ma sicuramente inafferrabile. L'unico tentativo di fuga era una scala; ma non conduceva da nessuna parte. Non c'era fuga, ancora una volta...
La Torre dell'Olocausto. Così è stata chiamata.

Infine la terza era una stanza di visi di metallo squadrato, tutte faccine di un metallo grigio, probabilmente erano di ferro, con la stessa espressione, con quei quattro buchi tondeggianti, le bocche spalancate ad urlare attraverso il tintinnìo dei passi che li calpestavano; era l'unica loro valvola di sfogo: dovevano essere pestati dai nostri piedi per parlarci, noi camminavamo sopra la loro disperazione resa in un'espressione facciale rigida, e loro così si facevano sentire. Semplicemente il Memoriale dell'Olocausto.

Nord Europa - 2a puntata

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Non seguendo l'ordine cronologico dei fatti...

Riparto per Berlino. Una traversata in traghetto ci ha fatti approdare in una località sulla sponda opposta a quella di Malmo (ovvero Sassnitz) e da lì, in auto, siamo scesi verso la capitale tedesca. Pensando ad essa, non riuscivo a fare a meno di collegarla alla storia contemporanea, quella, ovviamente, della salita al potere del Fuhrer e tutti gli argomenti che gli girano attorno (che sono davvero molti...). E infatti con questo pensiero visito la città: è interessante camminare per le vie di una città tutta da esplorare e pensare che tempo fa, in quello, questo luogo, accadeva questo, quello... Così, il pezzo di muro di Berlino che è rimasto (ancora con le scritte dell'epoca), il Checkpoint Charlie, la porta di Brandeburgo, e tanto altro ancora, creano un effetto contrastante con i palazzi moderni e gli hotel, ma anche il recente Bundestag, ossia il Parlamento, simbolo della (nuova) trasparenza e della democrazia parlamentare tedesca.





Poi, ancora, il memoriale dell'olocausto, non altro che una successione di blocchi di marmo nere, disposti non in modo molto lineare, di diversa altezza. Una forma d'arte nera e monotona, come nera e monotona, e forse morta, era l'anima di molti deportati.
















Checkpoint Charlie Bundstag Brandeburger Tor

martedì 21 agosto 2007

Nord Europa - 1a puntata

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Pensavo di raccontare qualcosa sul viaggio di quest'estate, di una settimana fa circa. Un tour (un po' alla svelta, tanto per farmi un'idea su che Stato scegliere per il mio futuro trasferimento dall'Italia dopo l'Università... scherzo, ovviamente) che comprendeva tutti gli Stati dell'Europa centro-settentrionale, vale a dire (in ordine) Lussemburgo, Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, poi giù per la Germania fino ad arrivare nuovamente in Italia.

Ecco perché parlavo di viaggio "concentrato" in questo post...


Senza stare ad elencare tutti i Paesi e le capitali visitate con rispettive piazze e Duomi, credo sia doveroso dedicare due o tre parole al progresso di queste Nazioni in molti settori (i più importanti e quelli più promettenti per il futuro, visto l'andazzo di quello che sta accadendo nel mondo in questi ultimi anni parlando di economia e risorse ambientali), rispetto all'Italia.

Innanzitutto, avendo percorso tutto l'itinerario in auto, ho avuto l'occasione di ammirare splendidi paesaggi di campagna e collina, e anche un po' di foresta, soprattutto in Germania. Tantissime tonalità di colori stupendi, naturali, che rivestivano i campi; dall'ocra al bruno, al marrone scuro, al giallo intenso. Il più bello era il biondo del grano. Poi, quel profumo di pini, quelll'aria umidiccia che impastava la terra all'ombra sotto gli alberi... (in pratica, fango); quelle distese di verde, con tante mucche al pascolo... ogni tanto mi venivano in mente le immagini degli allevamenti qui nella Pianura Padana: stalle con tre mucche adulte in 9 mq di cella, e poi tutti quei macchinari, quei mangimi! Non c'è confronto, è inutile dirlo.
Io, personalmente, non credevo ci fossero tanti spazi aperti e altrettanti lasciati per il pascolo nell'Europa centrale.
Non c'era un'industria che non si trovasse nell'imminente periferia di una grande città.







Poi, un sacco di centrali eoliche. Leggo che la Germania è la seconda produttrice mondiale di energia eolica, dopo gli Stati Uniti. Le turbine eoliche non sono nemmeno sgradevoli alla vista, e mi danno un'idea di pulito e di risparmio (forse perché sono bianchi e non emettono fumi o quant'altro); si inseriscono bene nel paesaggio incontaminato dall'uomo. Ho notato anche che molti di questi generatori sono stati colorati alla base di verde, con sfumature sempre più verso il bianco man mano che ci si allontanava dal suolo.



Qui un post interessante sull'energia eolica in Italia (from Daniel).